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(Fossano, 1636 - Napoli, 1688) Venere e Adone Olio su tela, cm 178X231 Provenienza: Norvegia, collezione privata Londra, Sotheby's, 1° novembre 1972, lotto 110 (come Giovanni Battista Beinaschi) Collezione privata Bibliografia: F. Navarro, Giovan Battista Beinaschi, in Civiltà del Seicento a Napoli, Catalogo della mostra a cura di R. Causa e N. Spinosa, Napoli 1984, p. 117 (citato) F. Navarro, Beinaschi, Giovan Battista, in La Pittura in Italia, Il Seicento, a cura di M. Gregori, E. Schleier, Milano 1989, vol. 2, p. 631 A. Gesino, in Giovan Battista Beinaschi. Pittore barocco tra Roma e Napoli, a cura di V. Pacelli e F. Petrucci, Roma 2011, p. 314, n. Cb8 Il dipinto, dopo la sua vendita avvenuta a Londra nel 1972, era di ubicazione sconosciuta, pertanto è quanto mai prezioso il suo ritrovamento, trattandosi dell'unica opera a soggetto profano realizzata dall'artista e dove esprime al meglio la sua straordinaria sensibilità barocca. La scena, raffigurante Venere che soccorre Adone secondo la narrazione di Ovidio (Metamorfosi, X, 524-559), è condotta con un pittoricismo neoveneto, suggestioni emiliane desunte da Giovanni Lanfranco e Giovanni Francesco Barbieri, ma si evince il sentimento tenebroso di Mattia Preti. La tipologia dei volti e il volgere delle vesti ricordano la Sacra Famiglia con San Gioacchino e Sant'Anna già della galleria Canesso (Gesino, cat. Pp, 313-314, Cb7), e possiamo cogliere la stretta affinità nei lineamenti femminili, sfuggenti e resi delicati da soffici sfumature volte a disegnare le forme dando vita agli effetti chiaroscurali. L'attenzione del pittore converge sugli aspetti narrativi e non tralascia di sottolinearne la drammaticità con una precisa regia gestuale, mentre il fondale segnato da un cielo velato dall'oscurità fa risaltare i protagonisti, illuminati da un'intensa fonte di luce proveniente dall'alto a sinistra dando vita a suggestivi bagliori. Tutto ciò conduce il pittore ad un lessico che si contraddistingue per antitesi al cortonismo, delineando una peculiare interpretazione del barocco capitolino con affinità al naturalismo di Pier Francesco Mola e, come affermato da Francesco Petrucci, 'rappresentando una costola deviata e dagli esiti imprevisti del caravaggismo'. Questi indizi conducono a una datazione che scorre tra il 1660 e il 1665, è quindi difficile stabilire se l'esecuzione sia da collocare a Roma o al primissimo momento napoletano, ma è comunque indubbio che la vitalità inventiva di Beinaschi gli consentì di assumere un ruolo primario della decorazione a fresco partenopea anticipando soluzioni che saranno sviluppate da Luca Giordano e Francesco Solimena. Bibliografia di riferimento: L. Pascoli, Vite de' pittori... moderni, II, Roma 1736, pp. 223-234 B. De Dominici, Vite dei pittori... napoletani [1743-46], III, Napoli 1844, pp. 534-539