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(Messina, 1629 - Roma, 1700) Democrito Olio su tela, cm 120X93 Pittore, scienziato naturalista, collezionista di monete e di disegni, Agostino Scilla si profila una delle personalità più interessanti dell'arte secentesca. Allievo del padre e di Barbalonga Alberti, nel 1646 si trasferirà a Roma lavorando nella bottega di Andrea Sacchi fino al 1651, anno in cui tornò a Messina. In patria, Agostino riscosse un immediato successo e tra i suoi più importanti mecenati citiamo il Principe Antonio Ruffo. Le opere di questo periodo denotano un fondamento classicista, ma altresì un sincero interesse naturalistico come ricorda il Susinno (1724, 1960, p. 236), definendo l'artista un abile imitatore di Giuseppe Ribera, e 'da ciò ne seguì' la specializzazione 'in far teste di vecchioni' e 'filosofi e santi a mezza figura' (cfr. L. Hyerace, Aggiunte ad Agostino Scilla, in Omaggio a Fiorella Sricchia Santoro, II, Prospettiva, 1999, nn. 93-94, pp. 200-207). Tralasciando in questa sede di citare le non poche opere pubbliche realizzate in Sicilia, sappiamo che nel 1679 il pittore tornò a Roma, dove si dedicò principalmente a dipingere per la committenza privata i suoi affascinanti filosofi dell'antichità, che raffigurati a mezzobusto alludevano all'elogio intellettuale dei sei sensi, rivalutando le teorie di Epicuro e Democrito. Non a caso proprio in questi anni il pittore pubblicherà La vana speculazione disingannata dal senso, uno dei primi testi che propugnano l'origine organica dei fossili e segna un momento fondamentale nella nascita della geologia come disciplina scientifica. Bibliografia di riferimento: F. Susinno, Le vite de' pittori messinesi [1724], a cura di Valentino Martinelli, Firenze 1960, ad vocem L. Hyerace, Agostino Scilla: per un catalogo delle opere, Messina 2001, ad vocem A. Cifani - F. Monetti, Quattro dipinti inediti di Agostino Scilla a palazzo Graneri a Torino, in Paragone, LXIII (2012), 103, pp. 42; 47